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LA RELAZIONE D’AIUTO

La relazione d’aiuto s’instaura quando sono presenti almeno due persone, sedute una davanti all’altra. Come ogni tipo di relazione, è caratterizzata da regole e dinamiche.

Una delle due persone interessate racconta, l’altra è capace di ascoltare. L’ascolto si attiva in circostanze di tranquillità, in un ambiente protetto, dove sia garantita riservatezza. Ascoltare richiede presenza e centratura nel qui e ora. Richiede la capacità di non giudicare, di rispettare i tempi e lo spazio di chi viene ascoltato. Necessita di empatia. Essere empatici significa soprattutto avere la capacità di stare con l’altro senza giudizio, interpretazione o desiderio di cambiarlo.

Ascoltare è saper cogliere nel dialogo le sfumature espressive ed emotive, per rimandare quei concetti di cui l’ascoltato non è ancora del tutto consapevole.

Per diventare specchi occorre sparire nell’altro, mantenendo vigile e attenta quella parte che osserva ed è capace di comprendere ciò che è veramente importante.

La relazione d’aiuto si basa sulla fiducia. Chi ascolta deve avere fiducia nelle potenzialità dell’ascoltato, e chi racconta deve potersi sentire libero di esprimere anche quelle emozioni di cui in fondo si vergogna, quei vissuti complessi che giudica negativamente o di cui si rimprovera.

La relazione d’aiuto non ha la finalità di far sparire il problema, ma tende a migliorarne la consapevolezza e la gestione. Riuscire ad abitare una circostanza difficile con maggiore serenità, senza l’ansia di doversene per forza liberare, è già un traguardo. Se poi il problema sparisce, tanto meglio, ma sarà solo una conseguenza dell’essere riusciti a conviverci con più armonia.

L’ascoltato ha un ruolo fondamentale nella relazione d’aiuto, ne è il centro assoluto. Raccontarsi è anche sapersi porre le domande giuste con onestà. L’onestà della domanda rivela la volontà di affrontare un vero cambiamento, di uscire da una situazione di stallo, scomoda, magari drammatica. Le domande più difficili sono quelle che inevitabilmente ci si deve porre. I concetti che emergono spontaneamente, senza troppe riflessioni, sono quelli che vanno affrontati.

Le emozioni non sono mentali, anche se vengono elaborate dai pensieri. Si potrebbe dire che sono biologiche, iscritte nel nostro DNA. Non possiamo provocarci volontariamente un’emozione, così come non possiamo disinnamorarci o innamorarci a comando. Deve scattare qualcosa, si deve attivare un meccanismo. L’ascoltatore dev’essere in grado di riconoscere il contenuto emotivo instintuale, la matassa che smuove tutto il resto. Una volta identificato quel contenuto, potrà rimandarlo all’ascoltato, che riuscirà a vederlo meglio, a osservarlo. E allora fra l’ascoltato e il suo problema si addenserà un nuovo punto di vista, una distanza: lo spazio dell’osservatore.

La relazione d’aiuto ha la finalità di far emergere consapevolezza in una situazione confusa, che sfugge alla comprensione e su cui spesso non si ha potere né controllo. In questo senso si può dire che, se da una parte c’è la volontà di acquisire coscienza e diventare responsabili della propria vita, e dall’altra la capacità di accogliere, guidare, e ascoltare senza giudizio, la relazione d’aiuto accompagna e sostiene un percorso di cambiamentoevoluzione e trasformazione.

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